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Domenico Barbati - Lo splendore dell'umiltà

- Un articolo di Eugenio Lombardo -

Foto - Domenico Barbati

Domenico Barbati è un artista settantottenne di Casaletto Vaprio, che ha messo in pittura angoli del mondo, ma che è rimasto con l’inesorabile etichetta di espressione del territorio. Considerato cioè bravo all’interno della propria comunità, ma sommessamente, bisbigliandone quasi il valore, quasi ad appiattirlo per volontà collettiva a pittore esclusivamente locale, circoscrivendone il talento affinchè rimanesse dentro un confine, non per tutelarlo, ma per ridimensionarlo: meglio un lavoro su commissione qui, che un successo fuori attribuitogli da chissà chi, anche se amatori del sud prendono i suoi quadri per abbellire le camere di case che si affacciano sul mare.
Barbati non si è mai ribellato a questa etichetta, la modestia – segno di una qualità umana d’eccellenza – non lo ha aiutato in questo senso: è rimasto con questa etichetta appiccicata addosso, che ha il gusto acre dello scirocco; così ogni tanto sente il bisogno di uscire da quel nido che è anche una gabbia, e allora dipinge il Brasile, terra che ama, e dentro vi mette le sensazioni lontane della propria infanzia: la semplicità e la povertà, la naturalezza e la gioia di vivere: “La cultura brasiliana – mi spiega nella sua casa dove non c’è angolo che i suoi quadri e quelli di altri artisti locali non coprano – scorre nelle corde del mio cuore, soprattutto grazie alla mentalità della gente più umile: il giovane che non possiede nulla ma che con gioia prende un surf sotto braccio per fare sport e cammina su una spiaggia dorata, ed i venditori ambulanti che spingendo i propri carretti vendono la mercanzia più diversa;
loro dicono che è meglio essere felici oggi, perché comunque il domani può rivelarsi incerto.”

Lei ha mai conosciuto la povertà?

Mia madre diceva che, in casa nostra, quando finivano i soldi era più dura del ferro. Noi eravamo sei in famiglia. Si faceva economia. Papà aveva un fazzoletto minuscolo di terra e due vacche in stalla: non ricordo le bistecche in tavola, ma scodelle di latte, quelle sempre. Non ho dimenticato le origini, e nella mia pittura talvolta affiorano.”

Casaletto Vaprio è il suo paese, non ha mai sentito la necessità di misurarsi artisticamente in una grande città?

“Ho le radici qui, per me è sempre stato impensabile estirparle. Un fiore, un tramonto, li disegni meglio in paese che non in una grande città. Ma capisco cosa vuole dirmi: certe relazioni, nei circuiti artistici, le ho avute precluse, rimanendo qui. Ma ne sono sempre stato consapevole.”

Ha comunque venduto...

“Sì, ma non sempre i miei lavori sono stati capiti. A volte non il giudizio negativo, ma il commento inappropriato mi ha disarmato. In ogni caso ho dipinto per me stesso, non per fare cassa: assecondare le proprie passioni credo aiuti a vivere, non
trova?”

Lei ha settantotto anni: quando ha capito di possedere l’estro della pittura?

“Dipingere mi è sempre piaciuto, sin da bambino: a scuola ci diedero da copiare un albero che era sul giardino davanti la classe, tutti pasticciavano, ma io mi soffermai a guardare il lavoro di un mio compagno. Capivo che lui possedeva una qualità in più: la tecnica. Allora anche io cercai di averne una propria.”

Da bambini si è tutti artisti...

“Vero, ma io sono stato costante. Dopo il militare, quando si maturano le scelte definitive della vita, con altri amici prendemmo una stanza in affitto in un paese qui vicino, e ciascuno aveva il proprio spazio per dipingere. Ma era un altro l’aspetto importante.”

Quale?

Veniva a trovarci un vero maestro: Giuseppe Perolini apprezzato artista a Crema; i suoi consigli erano preziosissimi, autentiche perle di saggezza. Lui ha inciso tantissimo nella mia vita artistica. Dopo ci spostammo a Pieranica, nella canonica del parroco di allora, che amava la pittura, egli stesso era un artista, dipendeva le sue opere con lo pseudonimo Dado.”

Già in quegli anni – siamo a metà del sessanta - lei percorre la scelta dell’astrattismo…

“Sì, perché è una pittura che viene dall’anima: la paragono ad un brano di musica classica da cui si resta affascinati senza conoscere neppure il compositore. Cos’è in definitiva l’astrattismo? Un gioco cromatico di colore, ma che non è mai a caso. Vede l’astrattismo postula un senso di geometria, perché ha necessità di determinare i colori, ossia una certa decisione nell’espanderli – come diceva Perolini – perchè al contrario la dispersione fa perdere di freschezza all’opera.”

Ma dietro c’è un significato? Si allude sempre a qualcosa dopo tutto…

“Personalmente non credo che debba avere una necessità espressiva specifica, cioè un significato, ma solo la possibilità di dare un’emozione. D’altra parte, la natura è bella in se stessa, che necessità avrei di copiarla? Meglio allora l’astrattismo che libera la fantasia.”

Lei è però versatile. Ogni tanto opta per il realismo. Direi un realismo evocativo, è giusta questa definizione?

“Sì, è vero: è il ritorno alle origini, la nostalgia dell’infanzia. Con pudore le dico che molti miei quadri hanno ispirato poesie; c’è un poeta di queste zone, che si chiama Lorenzo Pellegrini, autore anche di numerosi libri, che ne ha scritte alcune, proprio in
relazione alle mie opere, di una certa intensità. Devo anche dirle, però, che la vera pittura non è necessario che sia sempre perfetta.

In che senso?

“Osservi quel quadro, e quell’altro: vede quelle macchiette di colore? In gergo, come diceva il maestro Perolini, vengono chiamati ‹pentimenti›, vale a dire errori di cui non necessariamente occorre l’eliminazione, anzi ne va lasciata traccia proprio per esaltare i tentativi e gli sforzi creativi di un artista. Pare lo facesse anche Picasso.”

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Eugenio Lombardo

Mi hanno sempre affascinato gli artisti. Per quel tentativo, evidente, di cercare dentro sé, senza sapere talvolta neppure cosa o verso chi indirizzare il proprio sentire.