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Angiola Scibona, il talento interiore dell'arte

- Un articolo di Eugenio Lombardo -

Non so capire l’arte. Non riuscirei a distinguere una tecnica da un’altra. Ma mi hanno sempre affascinato gli artisti. Per quel tentativo, evidente, di cercare dentro sé, senza sapere talvolta neppure cosa o verso chi indirizzare il proprio sentire. 

Mi sono casualmente imbattuto su Angiola Scibona, milanese di impronta sicula, e poi lodigiana per fatalità. Avevo avuto modo di ammirare una sua opera. E mi era piaciuta così tanto, da volerne cercare altre: finchè mi sono accorto che davvero mi piaceva il suo stile e ho misurato in me un senso di stupore, perché davvero non sapevo lei chi fosse.
Poi ho scoperto che Angiola (il cui nome ha l’accento sulla A iniziale) ha consapevolmente scelto di tenersi distante dai circuiti d’arte, forse per insicurezza, forse per avere privilegiato altre cose nella vita. Le ho chiesto egualmente di incontrarla.
Mentre mi parla, e credo sopprima un senso di comprensibile imbarazzo, mi accorgo che la mia attenzione si sofferma sui riccioli della sua capigliatura, un groviglio spontaneo eppure geometricamente perfetto, tutto un saliscendi di micro boccoli, su cui Angiola ogni tanto fa ruotare il dito della mano sinistra.

Fragile e granitica nelle riflessioni, malinconica ma con guizzi che la proiettano in mondi diversi, dove la nuda nostalgia diventa una forza, e la sofferenza una carezza sfiorata, del tutto sanata. C’è però qualcosa di indefinito che vela i suoi occhi e di cui non si libera, e che probabilmente lei sfoga nell’arte.

Angiola, da quanto tempo dipinge?

“Sin da quando ero bambina ho sempre avuto dimestichezza con tele, pennelli, matite. Nonno Alberto faceva il pittore, ed io stavo incantata ad osservarlo; allora lui mi dava gli strumenti del lavoro e mi invitava a cimentarmi in qualche opera, cose da bimbe, ovviamente, ma quei gesti, quelle sensazioni, l’ambiente dove si sviluppava la ricerca dell’arte, hanno accompagnato tutta la mia vita…”

Il nonno è stato dunque una figura fondamentale nella sua formazione artistica?

“Insieme a mio padre Edoardo; lui era un tecnico, realizzava auricolari su misura, e al tempo stesso era un uomo di profonda cultura: guardava le mie opere e sapeva sempre proporre la giusta osservazione, anche quando le sue erano critiche severe.”

Mi sembra che voglia alludere, magari inconsapevolmente, ad una forma patriarcale di famiglia, o mi sbaglio?

“Sicuramente, le figure maschili della mia famiglia erano espressione del proprio tempo. Per meglio spiegare, mia nonna e mia mamma hanno sempre subito le decisioni dei rispettivi mariti. Certo, più ancora che sulla mia arte, questo si è riflettuto sul mio carattere. Sono stata una bambina ed una ragazza estremamente timida ed introversa, con un vero terrore di relazionarmi con gli estranei. Per questo – credo – il disegno e la pittura sono stati per me un mezzo fondamentale per comunicare ed esprimermi all’esterno.”

Lei ha scelto i suoi studi scolastici orientandoli all’arte…

“Alle elementari l’unico giudizio che m’interessava era quello sul Disegno. Dopo le medie, ho scelto il liceo artistico e poi ho fatto l’Accademia delle Belle Arti. Se ripenso a quell’ultimo periodo, rivedo il mio desiderio di insegnare Arte e, certo, di fare l’artista, lo dico con tutto il pudore possibile.”

E poi cosa è accaduto?

“Una riflessione ha influenzato le mie scelte. A cosa serve l’arte? Intendo dire: di quale utilità è per gli altri? Mio padre ha saputo insinuarsi su questo dubbio.”

Non voleva lei facesse l'artista?

“Al contrario, ma era preoccupato dai guadagni modesti che ne sarebbero potuti scaturire. Io stessa capivo di avere difficoltà nell’attribuire un valore commerciale ed economico ai miei lavori artistici. Mi convinse ad iscrivermi all’Università per divenire audioprotesista. E quello divenne il mio lavoro.”

Eppure la sua produzione artistica è proseguita, e meno male verrebbe da aggiungere…

“E’ stata una costante nella mia vita, seppure discontinua. Quando sto a lungo senza dipingere l’arte entra nei miei sogni notturni: un paesaggio, un volto, me stessa mentre dipingo. Non mi fraintenda: la mia non è mai stata una pittura onirica. Ma attraverso il sogno l’arte riprende il suo spazio fondamentale in me. Quando dipingo entro in una sorta di trance: gli altri bisogni sono inesistenti nella mia mente, persino nel mio corpo.”

Da cosa trae ispirazione?

“Da ciò che mi suscita un’emozione. Talvolta fotografo l’ambiente che mi ha colpito e poi ne elaboro una riproduzione pittorica. Penso che l’inconscio si riveli spesso nei miei lavori, ad esempio quando ritraggo anziani, visto che per il lavoro che faccio mi
accade di frequentarli.”

Mi sembra che nelle sue opere ci sia un’attenzione estrema e molto delicata sui particolari, è una mia impressione?

“In effetti, mi piace esaltare i particolari, persino la luce che si riflette su un filo d’erba, forse perché cerco di fare soltanto le cose che veramente mi piacciano, in un certo modo che mi attraversino interiormente.”

In generale, l’arte talvolta attraversa il rischio della ripetitività, lei è mai stata vittima di questo rischio?

“Un albero resta un albero, ma cambia il modo di sentirlo dentro di sé, e di percepirlo da parte di chi osserva. Quindi è un rischio relativo.”

Oggi su cosa sta lavorando?

“Nasco come ritrattista, e con la matita mi sono sempre sentita molto sicura. Adesso sto cercando di approfondire e privilegiare i temi del colore, la considero come una sfida. In fondo, so che la pittura per me è un talento: e spesso mi chiedo quanto l’abbia saputo coltivare. ”

Ho un’ultima domanda. Come le sembra la città di Lodi?

“All’inizio mi colpiva per la sua bellezza architettonica, la gradevolezza della città, da un punto di vista proprio estetico. Poi, quando ho voluto maggiormente inserirmi, ho trovato difficoltà nelle relazioni, come fosse un ambiente chiuso. In realtà, con il tempo, ho capito che i lodigiani non hanno preclusioni: solo ci si mette un tempo maggiore per entrare in relazione.”

Angiola Scibona
Fotoritratto di Angiola Scibona

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Eugenio Lombardo

Mi hanno sempre affascinato gli artisti. Per quel tentativo, evidente, di cercare dentro sé, senza sapere talvolta neppure cosa o verso chi indirizzare il proprio sentire.