I narratori di Esperia presentano

Via Muto dell'accia al collo

- Un articolo di Valentina Maggi -

In un passato molto antico si credeva che i pescatori fossero i figli del Ticino.

Il fiume veniva considerato un dio per la sua prodigalità nei confronti del territorio pavese, che favoriva con le correnti sfruttate dalle barche per il trasporto di cose e persone e portando agli abitanti della zona pesci di ogni tipo.

Da buon padre generoso il fiume aveva regalato, a uno dei suoi prediletti, un giovanissimo pescatore, una rete magica: dopo averle pescate e trasportatele a riva, le pietre catturate con la rete magica si trasformavano in pesci. La pesca del giovane era dunque diventata la più fruttuosa della zona, per la facilità con cui ogni notte, grazie al dono del padre, era in grado di procacciarsi pesce in gran quantità.

Ogni mattina, al ritorno dalla traversata alle prime luci dell’alba, una folla foltissima accorreva ad ammirare il bottino del giovane, che era sempre più ricco. Finché l’amore non si mise in mezzo.


Un giorno, fra i curiosi giunti ad accoglierlo a riva, c’era la ragazza che gli avrebbe stravolto il cuore e la vita. Bastarono qualche sguardo e poche parole, ma il pensiero prima, e poi i baci, bella figlia di un centurione iniziarono a prenderlo anima e corpo. Si incontravano dove potevano, quando potevano, di nascosto. L’invidia della matrigna, malcelata sotto le grette ragioni del rango, ostacolava le ragioni del cuore dei due. Camuffandosi sotto la toga del marito, la donna perfida e maligna prese a pedinare la figliastra finché infine non la sorprese insieme all’amante. Il nostro giovane pescatore, allora, per difendere il suo amore dai sentimenti e dagli sguardi poco nobili che lo minacciavano, afferrò prontamente la rete e la gettò addosso alla donna, che – pietrificata – cadde come un corpo morto e rotolò fino a precipitare nel fiume. Il padre Ticino, per aiutare il figliolo che si era dimostrato tanto coraggioso e animato dai più alti sentimenti, diresse le correnti in forti mulinelli in modo da insabbiare i resti pietrificati della donna, e ne corrose il volto per renderla irriconoscibile.

Fu così che il pescatore e la sua amata poterono salpare liberamente per lidi più pacifici, dove il loro amore avrebbe potuto crescere incontrastato lontano dagli sguardi di chi li avrebbe considerati per il loro ceto e non per il loro cuore.

Dopo molti anni, la donna pietrificata fu rinvenuta e venne posta in Via Muto dell’accia al collo, a Pavia, che ancora ne prende il nome.

Secondo gli storici, dopo il ritrovamento, i Pavesi, osservando la bocca completamente abrasa la soprannominarono “il muto”. Il lembo della toga indossata dalla matrigna – eroso dalle acque e dall’azione del Ticino – venne invece scambiato per una matassa, “accia”, in pavese.

Gli storici credono che si tratti di una statua risalente al I secolo d.C. e che venne portata sulla via che porta il suo nome solo dopo la demolizione nell’Ottocento della Porta Marica o Marenga, la porta occidentale della cinta muraria, dove venne collocata da Teodorico.

Via Muto dell’accia al collo non ospita più la statua da qualche decennio – per il suo fascino e la sua antichità i Pavesi hanno deciso di ospitarla ai Musei civici della città, dove oggi viene conservata.

Vi andrebbe di andare a trovarla con noi ai Musei civici di Pavia?

Meet Valentina!

Valentina, la narratrice autrice di questo articolo, è una filosofa di formazione, copywriter e storyteller, amante della cultura e di tutto ciò che è bello.